L’Arabia Saudita circondata dai paesi in protesta

Anche nel sultanato dell’Oman, paese affacciato sul Golfo Persico, si comincia a manifestare per i diritti civili. Il paese è una monarchia assoluta dove non sono ammessi i partiti politici ed il sultano detiene tutti i poteri. La particolarità di questa protesta, oltre al fatto di  segnalare la presenza di un’opposizione, è che l’Oman era l’ultimo paese confinante con l’Arabia Saudita a non essere toccato da manifestazioni ostili al regime. Ora la monarchia petrolifera più importante del mondo si trova accerchiata dal malessere sociale presente negli stati confinanti. Il regnante va avanti con un piano timido di riforme politiche e sociali, in uno stato  dove il bilancio statale non è diviso dal patrimonio della famiglia reale e dove il diritto di voto è solo per i cittadini maschi di almeno 21 anni.  Il controllo pregnante della società assicura il regime contro gli  oppositori, tuttavia la presenza di gruppi di manifestanti  e di episodi di protesta in ogni  paese confinante, con la facilità e la velocità della circolazione delle idee assicurata dalle nuove tecnologie mette apprensione a Riyadh. Da tenere presente la presenza di nutriti gruppi di Al Qaeda sul territorio saudita, che potrebbero soffiare sul fuoco e fomentare lo scontento. Pur essendo su posizioni integraliste, l’Arabia Saudita, è sempre stato un fedele alleato degli USA, nonostante contribuisca con ingenti donazioni allo sviluppo dell’Islam nel mondo, finanziando anche gruppi non proprio moderati. Per il momento non pare probabile l’uscita allo scoperto di una eventuale opposizione, ma non è da credere che la società civile saudita sia impermeabile al vento della protesta.

Gli USA protagonisti dell’azione diplomatica per la Libia

La situazione libica continua ad essere grave, mentre a Tripoli si continua a combattere ed il regime rimane asserragliato nelle sue roccaforti, Bengasi prova a darsi un autogoverno che permetta di smarcarsi, anche con una struttura politica, dal regime dittatoriale. A questo neonato governo della Cirenaica serve subito un riconoscimento internazionale per accreditarsi sul panorama diplomatico, in questo senso si è espressa positivamente la segretaria di stato USA, Hillary Clinton, che pensa ad un’azione congiunta con la Russia, la UE ed alcuni pesi arabi per inviare aiuti ai ribelli. Il primo passo potrebbe essere la tanto auspicata zona di non volo, che darebbe fondamento giuridico alle ritorsioni ad eventuali tentativi di bombardare i rivoltosi da parte dell’aviazione di Gheddafi. In questa fase gli Stati Uniti dimostrano di essere di gran lunga ancora il paese più importante nel panorama diplomatico, prendendo l’iniziativa sulle proprie spalle e coordinando una platea di stati timidi nell’azione contro il dittatore di Tripoli. La manovra statunitense ha l’evidente obiettivo di cercare di accreditarsi come partner affidabile alla nascente nuova nazione libica. Obama in questo frangente mira a non essere inquadrato come esportatore forzoso di democrazia, invertendo la tattica di Bush jr., ma di essere soltanto un sostenitore dei popoli in rivolta per rovesciare la dittatura. Sia dal punto di vista politico, che da quello economico, la nuova tattica americana pare quella vincente e più sostenibile, del resto uno degli obiettivi dichiarati del presidente degli USA, è quello di cercare di mettere sotto una nuova luce il paese a stelle e strisce, senza, peraltro, sconvolgere la politica estera americana, che continua nel solco dell’atlantismo. Certo dopo la caduta dell’impero sovietico, il basso profilo della Cina, anche per il fatto di non essere essa stessa una democrazia e l’incompiutezza della UE, gli USA restano l’unica grande potenza globale, con il compito di esercitare il ruolo di gendarme del mondo, colmando anche il vuoto delle organizzazioni sovranazionali. L’attivismo in campo diplomatico segnala che gli USA hanno deciso di giocare fino in fondo la propria partita.

A Marzo per l’Egitto referendum costituzionale

Rappresentanti delle forze armate egiziane hanno indicato la data di fine marzo per il referendum costituzionale che dovrebbe dotare l’Egitto della sua carta fondamentale. La commissioni di giuristi che sta redigendo la bozza costituzionale ha previsto per la carica di presidente della repubblica la regola di limitare i  mandati a due per singolo eletto, con un periodo di valenza di quattro anni. Questo disposto ribalta la norma voluta da Mubarak che non prevedeva alcun limite alla rieleggibilità, con un periodo in carica di sei anni. Una condizione posta dai militari è stata il giudizio su di ogni elezione da sottoporre ad una commissione giudiziaria. Con questa norma  si vuole, da un lato limitare e controllare la possibilità di brogli, ma dall’altro si tiene aperta una porta ad un qualsiasi esito non gradito alle forze armate. Intanto il presidente della Lega Araba Amr Moussa annuncia la sua intenzione di candidarsi alla presidenza della repubblica nelle prime elezioni libere in programma.

Libia: l’attendismo dell’ONU e le possibili soluzioni

Le sanzioni dell’ONU, approvate dai quindici del consiglio all’unanimità, hanno un sapore di compromesso per salvare le apparenze. Non appaiono misure dirette a fermare il massacro e sopratutto esprimono una volontà di colpire Gheddafi in quanto privato, non colpendo in maniera significativa il regime libico. Era invece necessario colpire lo stato di Gheddafi in quanto tale, con opzioni ben più pesanti che il blocco dei beni ed il deferimento alla corte per i diritti umani. Sembrano atti, per quanto gravi contro un privato cittadino e la sua famiglia, anzichè contro un capo di stato ed i suoi sodali corrotti. La scelta dell’ONU da la portata di quanto il mondo intero non si sappia coordinare nemmeno in casi così eclatanti, si è persa un’occasione per affermare il ruolo delle Nazioni Unite come organo supremo delle nazioni in grado di agire materialmente in situazioni che lo richiedono. L’attendismo delle organizzazioni internazionali rischia di peggiorare ulteriormente la già grave situazione umanitaria libica, rendendole praticamente complici, con la loro inazione, del regime sanguinario di Tripoli. Ancora peggio la UE, che di fatto, si è limitata a generiche frasi di rito e non ha ancora emesso una decisione materiale di condanna, a causa della commistione di interessi di molti paesi europei con Tripoli. Viene il sospetto che questo attendismo, da cui si è smarcato il Regno Unito, con la revoca dell’immunità diplomatica ed il blocco dei beni di Gheddafi, sia in attesa degli eventi, un barcamenarsi in vista del risultato finale senza troppo precludersi agli eventuali sviluppi della situazione. Eppure era possibile scegliere tra un ventaglio ampio di possibilità, anche combinate, che potessero fermare le uccisioni perpetrate dal regime. L’opzione della creazione di una zona di non volo avrebbe scongiurato i bombardamenti aerei con cui Gheddafi cerca di domare i ribelli, avrebbe previsto un rischio limitato perchè la contraerea libica, pur essendo presente nell’insieme delle forze armate, è dotata di un arsenale che dispone di mezzi vecchi; meno funzionale una zona di non navigazione perchè la marina libica si è praticamente sottratta agli ordini di Tripoli con diserzioni diffuse. E’ invece più comprensibile la riluttanza alla creazione di una no drive zone, che vieterebbe il movimento ai carrarmati del regime, pena la dissuasione manu militari. Si tratta di una opzione che prevede l’impiego di uomini e mezzi sul campo, in questo momento di più difficile attuazione per le difficoltà logistiche ed orgaizzative che i tempi brevi comporterebbero. Ancora una volta l’augurio è che non venga delusa la speranza riposta nell’ONU e che questi si muova con coraggio, con le possibili soluzioni a disposizione, che abbiamo visto essere diverse, in tempi più brevi possibile.

ONU: contrasti sulle sanzioni alla Libia

Francia ed Inghilterra premono sull’ONU per sanzi0nare il regime di Gheddafi, anche gli Stati Uniti sono favorevoli ed anzi intendono schierare una forza armata sotto l’egida delle Nazioni Unite. Mentre la UE dopo lo scatto iniziale, si rintana ancora una volta nella propria dimensione di potenza incompiuta. In seno al consiglio di sicurezza, però si registrano le opposizioni di Russia e Cina, che temono che l’appoggio a sanzioni per casi del genere si tramuti in  un precedente pericoloso, che non consenta di gestire futuri casi secondo le proprie esigenze. I due membri permanenti sono i sostenitori del non intervento in senso assoluto ed anche in situazioni eclatanti come quella libica non intendono abbandonare le proprie posizioni. La questione rischia di trascinarsi pericolosamente mentre nelle strade di Tripoli i mercenari di Gheddafi sparano sulla popolazione. L’urgenza dell’intervento è resa necessaria, oltre che ragioni umanitarie, anche politiche, lasciare in piedi un regime come quello di Gheddafi significherebbe avere, in caso di mantenimento del potere, uno stato in mezzo al Mediterraneo che diventerebbe la testa di ponte di qualsiasi terrorismo e terrebbe sotto ricatto l’intero occidente, sarebbe, insomma un rinviare il problema. Da non sottovalutare neppure il lato economico, con la produzione di greggio libico scesa praticamente a zero,  l’impennata del prezzo al barile ha subito un aumento repentino, andando a gravare sul livello dei prezzi generale di un’economia mondiale già stressata dalle passate crisi. Se non si dovesse raggiungere un accordo, per l’ONU sarebbe un grave smacco, non essere in grado di trovare la risoluzione di un problema così evidente porrebbe una serie di domande sulla reale utilità dell’ente. E’ una soluzione che si deve evitare ad ogni costo, l’ONU non deve perdere credibilità essendo l’unica struttura sovranazionale universalmente riconosciuta, in grado di potere gestire in maniera sovranazionale le crisi tra gli stati.

Il fattore tribù nella società libica e la sua importanza nella rivolta

Dietro l’evoluzione della vicenda libica vi è una articolazione della società tribale che sta influenzando la rivolta. La società libica non ha una struttura sociale paragonabile alle società occidentali che si contraddistinguono per la loro articolazione. In Libia la struttura è più elementare e si fonda sull’appartenenza tribale; inoltre la scarsità di istituzioni statali crea un vuoto di riferimenti che obbliga le persone a rifugiarsi dentro al clan di appartenenza. La politica scaltra di Gheddafi si è fondata su di un abile gioco di alleanze e concessioni ai gruppi tribali che ne ha fatto elemento fondante del proprio potere. Quello che sta avvenendo ora è il venire meno di questo castello di carte. Soltanto la tribù di origine Gheddafi, la Gaddadfa, e la tribù Magarha al momento mantengono l’alleanza con il vecchio capo, mentre la tribù Warfallah, che è la più consistente del paese contando un milione di appartenenti sui sei milioni di popolazione libica, ha giudicato le repressioni di questi giorni come immorali ed anti islamiche. Appoggiano questa posizione altre tribù minori del paese, che contribuiscono al franare dell’appoggio al regime. L’insediamento della tribù Warfallah è nella tripolitania, che dovrebbe essere la roccaforte del regime, la condanna della maggiore tribù della zona pone in serio pericolo il mantenimento in vita del regime. Sulle altre zone Gheddafi non poteva contare già prima, Bengasi e la Cirenaica sono tradizionalmente ostili al regime e forniscono alla rivolta un nocciolo duro di contestatori su base religiosa. Ridurre l”analisi al solo fattore tribù pare comunque riduttivo per capire la protesta in cui contano anche fattori economico-politici, tuttavia può essere la chiave di volta per la caduta finale di Gheddafi.

L’autoassoluzione diplomatica e la necessita’ di un intervento in Libia

Una dichiarazione del ministro della difesa francese Alain Juppe’ e’ significativa nell’aria autoassolutoria che si respira nelle cancellerie europee ed occidentali. Juppe’ dopo essersi augurato, cosi da salvare la faccia e salire sul carro della convenienza, che Gheddafi viva gli ultimi momenti da capo di stato, d’altronde siamo nel paese di Monsieur La Palisse, ha poi dichiarato testualmente: “Quale e’ il paese europeo che ha preso sulla Tunisia, l’Egitto, la Libia delle posizioni anticipatrici particolarmente illuminate? Nessuno. E nemmeno gli Stati Uniti”. Tutti colpevoli, nessun colpevole. D’altra parte la dichiarazione di Juppe’ rappresenta una verita’ sacrosanta: in nome della realpolitik nessuno ha mai osato dire quella che appariva l’evidenza dei fatti. Ma se si puo’ comprendere il prima, proprio in onore della convenienza politica ed economica, non si comprende questo atteggiamento autoassolutorio che non contribuisce allo sviluppo di un nuovo atteggiamento necessario per impostare ed affrontare una fase politico internazionale nuova. Si e’ presa la frase del ministro francese perche’ e’ emblematica, ma anche dalle altre cancellerie il silenzio o le frasi di circostanza confermano questo sentimento comune. Quello che manca e’ uno scarto di direzione che permetta di smarcarsi da un attendismo dannoso, la politica ed i propositi politici iniziano sempre dalle dichiarazioni di intenti, ora e’ necessario un mea culpa della diplomazia in generale, ripartire per essere credibili dall’ammissione delle proprie visioni errate dalla cancellazione di quel cerchiobottismo, che, si ha dato risultati nell’immediato, ma che nel lungo periodo ha, di fatto, fallito. L’occidente ha grosse colpe per quel che sta succedendo in Libia, ed e’ vero anche che gli Stati Uniti nel momento che potevano annientare il regime di Gheddafi si sono fermati, considerandolo il male minore. Adesso la situazione ha preso una via che se non verra’ arrestata con un intervento materiale provochera’ conseguenze difficili da immaginare. Con quale popolo rabbioso dovranno avere a che fare i governanti occidentali, se non verra’ dato ai libici in rivolta un sostegno militare e medico come segno tangibile di parziale riparazione per il via libera alla dittatura di Gheddafi? Si studino in fretta tempi e metodi e si agisca mettendo fine al piu’ presto a questo orribile massacro.

Per la UE svolta epocale

Nonostante i ritardi dell’analisi della situazione e la confusione iniziale non colmata dalle dichiarazioni di rito, finalmente l’Unione Europea pensa al dramma libico con due opzioni di intervento. I due scenari prospettati contemplano due diversi livelli di sviluppo della crisi: il primo prevede la sola necessità di invio di mezzi di soccorso e si prefigura sostanzialmente come intervento umanitario, con precedenza agli europei da portare in salvo con mezzi navali o aerei; si tratterebbe di creare un corridoio umanitario da garantire come zona franca dagli scontri, che consentirebbe presumibilmente la creazione di ospedali da campo e campi profughi così da assicurare almeno una prima assistenza anche di tipo alimentare. La seconda opzione prefigura uno scenario di guerra civile protratta, che non lascia presagire ne sul come, ne sul quando, la soluzione del conflitto. In questo, malaugurato, caso la UE pare decisa ad inviare, oltre ai mezzi di soccorso, anche una forza armata sotto la bandiera europea, che funzioni da dissuasione per gli scontri armati. Per la UE sarebbe un salto di qualità notevole, per la prima volta deciderebbe e programmerebbe un intervento di una propria forza armata di interposizione e sarebbe da sola a gestire il problema. Un atto da grande potenza che finora è mancato. Certo la crisi è sulla porta di casa ed è vitale scongiurare possibili derive o soluzioni che non contemplino altro che una transizione democratica. Ma è ancora necessario sottolineare la portata della decisione, la UE decide di darsi una autocoscenza di potenza mondiale, con un’autonomia decisionale finora mancata e maturata al di sopra delle decisioni nazionali, spesso contrastanti, si muove finalmente come un tutt’uno sia dal punto di vista politico che diplomatico che militare. E’ una svolta, che seppur maturata in una situazione tragica e tremenda, potrebbe segnare la storia dell’Unione Europea.

Israele bombarda la striscia di Gaza e commette un autogol diplomatico

Israele ha lanciato il più grosso bombardamento della striscia di Gaza dopo la guerra combattuta alla fine del 2008 ed all’inizio del 2009, ch eprovocò più di 1400 morti in appena tre settimane. L’azione militare è stata eseguita come rappresaglia al lancio di un missile contro la città di Beersheva, capitale del deserto del Negev. Il razzo non ha fatto feriti ed è stato lanciato dopo violenti incidenti tra palestinesi e soldati israeliani avvenuti nella striscia di Gaza. Tel Aviv ha dunque deciso di rispondere con una azione molto violenta in un momento storico alquanto inopportuno, con le rivolte arabe in corso, dove la componente integralista è generalmente minoritaria, ma resta comunque una presenza importante all’interno dei moti di piazza. Israele invece di mantenere un basso profilo sceglie la via della forza per intimidire gli avversari e forse anche per avvertire chi pensa di attaccarlo di avere intenzioni e mezzi adeguati per rispondere. E’ una tattica propria di un politico come Netanyahu che predilige mostrare i muscoli anzichè passare per la via diplomatica. Il bombardamento segnala uno stato di inquietudine e di nervosismo presente nel paese della stella di Davis, che nemmeno le rassicurazioni statunitensi sono bastate a placare. La situazione incerta dell’Egitto, che garantiva l’applicazione degli accordi di Camp David in senso integrale e senza tentennamenti, lo stato di agitazione nei paesi arabi, la presenza delle navi da guerra iraniane hanno, di fatto innalzato il livello di attenzione ed il termometro della tensione israeliana, tuttavia effettuare un’operazione bellica così eclatante mette Israele in una luce del tutto negativa, anche cercando di isolare dal contesto generale il bombardamento, è impossibile non interpretarlo come avvertimento preventivo. La politica estera israeliana, specialmente alla luce dei nuovi accadimenti, andrebbe rivista, in questo momento sarebbe opportuno concedere qualcosa di tangibile ai palestinesi anzichè bombardarli, non sembra il momento giusto per esasperare gli animi, ma cogliere l’opportunità delle rivolte per cercare di accreditarsi sotto una diversa ottica alle nascenti democrazie.

L’Unione Europea ed il suo possibile ruolo futuro

Se le cose andranno come si spera, cioè fine della dittature e costa sud del Mediterraneo con nuove democrazie sul panorama internazionale, l’Europa dovrà pensare e mettere in atto una nuova strategia per coinvolgere, ed eventualmente fare da garante,  i paesi arabi nella sfera occidentale. La questione non è prematura, anche se le rivoluzioni sono lungi dall’essere risolte, per sfilare al fondamentalismo islamico le nuove democrazie occorre inserirle, con un processo graduale che consenta loro di entrare a pieno titolo nel mondo occidentale. L’Europa deve prepararsi ad un ripensamento radicale delle proprie posizioni sull’Islam, continuare a tenere alzato il ponte levatoio dei valori cristiani come barriera sta diventando obsoleto dal corso della storia. Non solo le nuove democrazie arabe devono essere coinvolte nel processo, ma anche per la Turchia si deve ricominciare da capo il percorso di entrata nell’Unione Europea. Una Europa unita che ricomprenda praticamente tutto il bacino del Mediterraneo è una occasione unica per rendere l’Unione Europea più forte sia dal punto di vista politico che economico. I benefici per le nuove democrazie e per la pace del mondo sarebbero incommensurabili. La compentenza delle istituzioni europee potrebbe accompagnare popoli non abituati alle consuetudini ed ai sistemi democratici a meglio comprendere il valore di legislazioni che al centro hanno la tutela dei diritti civili ed ha sviluppare una propria coscenza in base al diritto. In un quadro simile la tolleranza religiosa ed il rispetto delle idee potrebbero dare una grossa mano contro il fondamentalismo ed il terrorismo, favorire un dialogo interreligioso ed interculturale sarebbe meno ostico in un ambiente con analoghi strumenti legislativi e sotto le istituzioni ed gli organismi comunitari della bandiera blu con le stelle. Anche dal punto di vista economico un scambio tra risorse e conoscenze consentirebbe una razionalizzazione degli sforzi ed una nuova e più equa redistribuzione della ricchezza. In questo modo si ridurrebbero le migrazioni dei popoli, perlomeno costieri, e si avrebbe una migliore gestione degli altri migranti. Non è fantascienza, ne fantapolitica, ma immaginare una soluzione tale porrebbe l’Unione Europea al centro di un processo senza precedenti con benefici sull’intero pianeta.