L’Iraq lasciato solo

Il ritiro puntuale e come promesso da Obama dei soldati USA dall’Iraq pone dinanzi al mondo gravi scenari per la nascente democrazia di Bagdad. Quella lasciata da soldati USA è un’impresa fallita, un’abbozzo di democrazia, un parto malriuscito. La mossa di Obama è comprensibile, oltre la promessa elettorale, si è trovato ad affrontare una guerra non sua ne più del paese, tuttavia appare lo stesso pilatesca, l’Iraq attuale non è nemmeno definibile come democrazia incompiuta, invero la reale forma di stato presente nel paese non è neppure definibile, siamo in un paese dove le elezioni non hanno raggiunto il loro scopo di garantire una minima governabilità, un paese lacerato da guerre intestine di clan, un paese diviso dalla religione e sopratutto un paese arretrato dove non esiste alcuna classe dirigente nemmeno potenziale. Se il lavoro americano, e senz’altro per l’amministrazione Bush lo era, doveva essere l’eliminazione di Saddam Hussein, allora la missione è stata compiuta, ma se si doveva esportare democrazia, come più volte proclamato, allora il fallimento è totale.  Intanto è da chiedersi se gli iraqeni erano pronti ad un processo così sconvolgente del loro modo di vita, vista la situazione sociale presente nel paese, il processo non è stato graduale, la popolazione è stata tenuta per troppo tempo in uno stato di arretratezza e la mancanza di strutture adeguate ha fatto il resto. D’altra parte lo sforzo anche economico, oltre che di vite umane, non era più sostenibile in un quadro mondiale di depressione, tuttavia quello che appare è che sia stato consumato un pasto gigantesco e che una volta finito si levi il disturbo.  La necessità ora è di ripensare tutta l’azione ed il modo di riaggiustare almeno la situazione, in quest’ottica è impossibile non pensare ad un ruolo più determinante da parte delle organizzazioni internazionali che devono guidare ed indirizzare il processo troncato dael reitnro USA.

Rimpiangere la guerra fredda?

La questione nucleare in Iran, ma non solo anche in Pakistan, India ed Israele continuerà a tenere il mondo con il fiato sospeso, anche se alla notizia non viene data abbastanza enfasi. Nessuno avrebbe pensato di rimpiangere i tempi della guerra fredda: situazione di stallo continuamente bloccata ma con parti certe e governi sicuri nei due schieramenti. Ora, invece, siamo in presenza di regimi poco stabili con una forte opposizione interna, inoltre nel caso del Pakistan abbiamo una nazione prostrata da una catastrofe metereologica che ne determina un facile luogo di coltura di terroristi. E’ vero che si tratta di arsenali in divenire, non siamo ancora alla contrapposizione delle due superpotenze degli anni 70 e 80, ma la rincorsa al nucleare da parte di questi paesi è un fatto ormai acclarato. La questione iraniana è quella sotto la lente di ingrandimento:  stime americane ritengono che la teocrazia di Teheran raggiungerà la tecnologia necessaria in tre anni e di conseguenza gli USA intendono usare questo tempo per dissuadere  Ahmadinejad all’opzione nucleare (o a sperare che il suo regime finisca), questa ipotesi non basta ad Israele che teme di essere il principale bersaglio dell’escalation nucleare ed ha già pronto un piano militare preventivo contro i siti nucleari iraniani. Non basta, nell’area Araba del petrolio l’innalzarsi della tensione che potrebbe sfociare in una guerra locale non è ben visto: paesi come gli Emirati Arabi Uniti non vedono di buon occhio una guerra che gli obbligherebbe a schierarsi contro Israele e quindi di fatto contro gli USA e preferirebbero una soluzione preventiva, da non trascurare anche l’aspetto energetico che un possibile conflitto potrebbe dare alle dinamiche dei prezzi del greggio, considerando la capacità produttiva iraniana coinvolta. Si rischia un effetto domino di portata planetaria capace di sovvertire l’attuale ordine mondiale, ora come non mai il lavoro delle diplomazie sarà essenziale.

La tattica francese

Accerchiata sulla scena europea per la questione dei rimpatri dei rom, la Francia passa al contrattacco sul piano internazionale con una manovra avvolgente contro la stessa UE che la contrasta, seppur blandamente, sullo spinoso caso dei gitani. Infatti l’ultima mossa del ministero degli esteri francese è quello di sollecitare l’Unione Europea ad un maggiore attivismo nella ripresa dei negoziati rilanciati da Obama. La Francia si fa forza anche del suo ruolo di maggiore finanziatore degli aiuti ai Palestinesi per fare leva su di un maggiore coinvolgimento della UE, infatti tale ruolo sembra dare ai francesi una maggiore responsabilità morale, quasi di guida nel nuovo processo di distensione, almeno dal lato europeo dell’oceano; il tempismo della manovra è quanto meno singolare in un momento che il prestigio internazionale è sottozero ed anche in patria numerosi sondaggi sono negativi per Sarkozy proprio a causa dei rimpatri dei rom. La mossa che doveva fare rialzare l’apprezzamento nella nazione della politica presidenziale si è rivelata un boomerang trasformandosi in un flop interno ed esterno; quindi l’azione diplomatica attuale deve leggersi in una duplice chiave: recuperare consenso sulla scena internazionale e distogliere lo sguardo dalle vicende interne, impresa improba.

Afghanistan, Al Qaeda e l’impasse occidentale

Mentre la guerra in Afghanistan la guerra ristagna pare ormai doveroso chiedersi con chi l’occidente sta combattendo? Il nemico appare multiforme e sfuggente e come giustamente ha detto Chomsky non ha volto ne capi: siamo cioè alla ripetizione delle tattiche di guerriglia applicate alla tecnologia odierna con però delle variazioni sostanziali sul giudizio degli avversari; anche il paragone con il Vietnam appare ormai datato, in quel conflitto la dualità USA-Vietcong era chiara, veniva anche letta come guerra imperialista tanto da guadagnare simpatie per gli invasi anche in occidente, c’erano, cioè, ruoli ben definti (anche se i risultati militari erano sostanzialmente gli stessi). Ora è difficile anche da parte dei più antiamericani che sia presente un sostegno verso i Talebani, peraltro negazione di qualsiasi diritto umano, semmai sono presenti posizioni contro la guerra ma quasi nessuno in occidente riconosce dignità morale ai combattenti contro l’alleanza occidentale, ciò ha determinato la mancata comprensione del fenomeno e la mancata lettura sociale del territorio. E questo è il grande errore, in cui incorse anche l’URSS, che ha generato la situazione di stallo ed è quello che ha causato, inizialmente la sola azione militare che avrebbe dovuto essere rapida ed risolutiva, mentre si privilegiava la battaglia sul campo non si investiva in intelligence e non si penetrava in quel tessuto sociale così permeato dalla cultura talebana. Poi si è corsi ai ripari, ma, a parte il prezzo pagato in vite umane ed investimenti economici (che forse convenivano a qualcuno) il gap da coprire era e rimane enorme; così ora si trovano intere fette di territorio che di fatto costituiscono enclavi talebane difficili da penetrare e riconvertire in modo pacifico favorendo l’azione occidentale. In questo quadro l’azione di Al Qaeda è risultata facile: grande disposizione di risorse economiche ed enormi capacità motivazionali nell’indirizzare masse analfabeti e poverissime, la scelta dell’Afghanistan da parte dei dirigenti qaeddisti è stata dovuta ad un mix di condizioni presenti sul territorio: popolazione poverissima e facilmente assoggettabile alle idee estremiste, presenza di una elite estremista già affermata, i Talebani, con la quale stringere facilmente alleanza, il tutto su di un territorio fisico particolarmente favorevole ad un attore che deve nascondersi e muoversi in modo agile e veloce contro un colosso forte ma lento sopratutto nei tempi di azione.

Francia-Romania, e la UE?

Continua il braccio di ferro tra la Francia e la Romania per il rimpatrio dei cittadini rom e gli sviluppi del caso sono la richiesta francese all’Unione Europea di impegnarsi affinchè Bucarest usi i fondi destinati a all’inserimento ed all’aiuto della popolazione più disagiata. La Francia tenta  un’ingerenza negli affari interni romeni attraverso la UE? La minaccia di limitare gli accordi di Schengen per la popolazione romena verso la Francia è concreta, d’altra parte la politica oltralpe pare volere colmare anche una lacuna non tanto normativa, quanto “governativa” e di intervento dell’Unione Europea che fino ad ora si distinta con un comportamento pilatesco. D’altra parte il problema della popolazione rom appare difficilmente risolvibile senza intervento super partes: la Francia è determinata nell’eliminare i campi abusivi, trincerandosi dietro anche a ragioni umanitarie condivisibili quali il traffico di esseri umani preda di organizzazioni malavitose e pratiche per la politica del governo Sarkozy che punta, oltre ad eliminare una criminalità indiscutibile, ad accrescere il proprio consenso con operazioni tutto sommato facili (e che consentono anche risparmi economici da gettare sul piatto della bilancia in un momento come questo); in Romania, invece, i rom non sono ben visti e pare di capire che il governo di quel paese preferisca avere i suoi cittadini gitani all’estero ed occuparsi di altre questioni investendo in maniera diversa i fondi che arrivano. In questo quadro l’azione diretta della UE pare doverosa, non solo per assumere il mero ruolo di arbitro della questione, quanto per dirigere e governare in maniera fattiva il problema, banco di prova per problematiche emergenti sempre più simili.

Il crocevia del Pakistan

La catastrofe avvenuta in Pakistan pone diversi interrogativi che vanno aldilà della sciagura umanitaria più immediata. Assodato il problema degli aiuti che sono insufficienti per fronteggiare una simile sciagura, proprio questo problema apre la strada ad aiuti paralleli provenienti da organizzazioni terroristiche già molto attive nel paese.  Il Pakistan è già terra di coltura fertile per il terrorismo islamico, anche per l’atteggiamento non troppo chiaro rinfacciato al governo, e l’occasione attuale permette alle organizzazioni terroristiche di porsi come “organizzazione umanitaria” alternativa e penetrare nel tessuto sociale ancora più a fondo. La situazione è disperata il problema principale è assicurare i servizi essenziali ad una popolazione provata da più giorni dalle enormi piogge monsoniche che, oltre a sommergere interi villaggi, hanno allagato le coltivazioni di riso, principale alimento dei pakistani compromettendo seriamente il raccolto. Il Fondo Monetario Internazionale potrebbe concedere dilazioni circa i rimborsi dei prestiti in modo da girare tali somme su soluzioni più consistenti per la popolazione, ma ciò potrebbe non bastare,  senza un aiuto consistente dalle nazioni occidentali, che sarebbe anche un’investimento in termini di sicurezza (oltre che chiaramente un dovere), si spalancherrebbero le porte per un’enorme riserva dove pescare terroristi sempre nuovi.

I costi sociali dell’unione europea

I recenti fatti connessi alle “espulsioni volontarie” operate dalla Francia verso i cittadini europei rom romeni e bulgari riportano alla ribalta la presenza di vari livelli di cittadinanza nell’unione europea.  E’ un fatto ormai acclarato che alla serie “A” appartengano i soci fondatori che hanno dato vita alla CECA più i membri più anziani, l’europa dei 12 per intenderci, nella serie “B” i paesi dell’ex blocco sovietico con maggiori capacità produttive ed infine nella serie “C” i paesi più poveri proveninenti dal COMECON e non allineati; ma nella serie “C” ci sono livelli ancora più bassi dove rientrano  appunto i rom.  Non è questa la sede per un eventuale giudizio morale o di opportunità, ma può essere la sede per una riflessione sul processo di unificazione europeo; tali fatti devono infatti fare riflettere sui tempi e sul metodo di unificazione scelto. Certamente il sogno di un’Europa unita il più possibile allargata sia dal punto di vista storico che economico è una prospettiva a lungo e giustamente inseguita da più generazioni, tuttavia le profonde diseguaglianze tra i paesi hanno fatto emergere situazioni al limite della tolleranza; questa dell’espulsione dei rom, che in una certa ottica può anche essere considerata corretta (come peraltro ammesso dal governo bulgaro), è comunque un segnale, una spia di processi malpensati ed ancor peggio governati, ed a questo proposito le dichiarazioni di facciata di Bruxelles non fanno che confermare queste sensazioni. Quello che appare che, per adesso l’unificazione sia stata funzionale a gruppi industriali di ogni grandezza, che hanno usato i vantaggi dell’europa unita per delocalizzare la propria produzione in quei paesi che garantivano oltre salari minori (molto minori) anche una deregolamentazione normativa non certo frutto di direttive comunitarie, semmai la colpa degli organismi centrali è stata proprio quella di non governare queste situazioni. Purtroppo l’impressione per il futuro è che queste patologie si acuiscano, la crisi economica impone tagli che i governi locali girano sulla spesa sociale ed anche una certa tendenza dovuta all’affermazione di partiti localistici  o comunque basati su ristrette porzioni di territorio non pare invertire queste tendenze; d’altra parte è pur vero che detrminati problemi siano reali purtroppo quello che manca è una visione ed un indirizzo comune di azione.

PIL cinese al secondo posto

Secondo il calcolo del PIL quest’anno la Cina superera’ il Giappone ed all’ottavo posto, quello dietro l’Italia, incombe il Brasile che ha gia’ lasciato dietro Canada e Russia, nono e decimo posto, a loro volta incalzate dall’India.  Quella del PIL e’ una misura universalmente accettata che rappresenta la crescita economica di un paese, tuttavia, e’ ed e’ stata molto contestata dato che il valore misurato tiene conto del dato prettamente economico senza valutare come questi risultati sono stati conseguiti. In un’ottica di relazioni internazionali segnate dal tempo della globalizzazione queste misure andrebbero riviste e corrette, la performance della Cina e’ conseguita calpestando tutti gli elementari diritti riconosciuti ai lavoratori occidentali cio’ ha creato una concorrenza sleale che ha fatto pendere la bilancia a favore di Pechino innescando un cortocircuito economico sulla dislocazione della produzione: cio’ ha determinato, tra l’altro una perdita di capacita’ produttiva e di conoscenze (si pensi alla produzione dell’elettronica) e disinvestimenti notevoli  nei  paesi occidentali. Qualcuno potra’ rispondere “e’ il mercato bellezza…”, certo e’ che vedere al secondo posto del PIL mondiale un paese dove i diritti sindacali ed anche il giusto salario non e’ riconosciuto non puo’ non far preoccupare i paesi occidentali dove e’ impensabile (nonostante qualche tentativo) regredire ad una situazione ante prima guerra mondiale per competere con lo strapotere cinese, anche perche’ un popolo impoverito non e’ piu’ un buon cliente. Cosa fare per arginare l’avanzata cinese? Se da un lato il protezionismo sovente invocato non e’ mai stato attuato per timori di ritorsione una maggiore azione comune dei paesi occidentali sarebbe auspicabile, mettere qualche bastone tra le ruote all’importazione di quelle merci prodotte senza i necessari requisiti dovrebbe essere possibile, ma cio’ non basta occorre puntare sulla maggiore qualita’ che i  prodotti occidentali per ora mantengono e per fare cio’ l’unica strada percorribile e’ la ricerca unita ad una politica fiscale intelligente che favorisca le imprese che in assoluto non spostano la produzione nella nazione cinese.

Pace in medioriente: la sfida di Obama

Ora è ufficiale: Barack Obama in persona guiderà i negoziati di pace diretti tra Israele e Palestina, per il presidente USA un rilancio dell’immagine ultimamente un po appannata in patria. Dire se questa sarà la volta buona è oltremodo difficile, la situazione non è delle più semplici con la questione Iran alla ribalta, ma il solo fatto di riprendere negoziati diretti è senz’altro un’ottima premessa.  Obama gioca la carta del prestigio internazionale per ribaltare la discesa del suo appeal sul suolo americano, nonostante la sfida epocale vinta sul fronte dell’assistenza sanitaria, la situazione economica sempre più in salita ha determinato la discesa del consenso; la tattica di risollevarsi attraverso l’azione internazionale non è una novità per i leader mondiali, valga per tutti l’esempio di Gorbaciov che aveva più successo sulla scena internazionale che sul suolo patrio. E’ sicuro che Obama dovrà muoversi con i piedi di piombo, anche piccoli passi avanti nel negoziato potranno essere considerati vittorie da fare pesare sulla bilancia del consenso ma risolvere definitivamente la questione palestinese sarà un’altra storia.

La tattica di Israele con la Turchia

Dopo il deterioramento dei rapporti tra Israele e Turchia dovuti ai tragici fatti connessi al tentativo di forzare il blocco della striscia di Gaza, lo stato d’Israele ha puntato a rafforzare le relazioni con la repubblica Greca, tradizionale avversario della Turchia.  La mossa costituisce un classico delle relazioni internazionali, si avvicina il nemico del proprio nemico per rafforzare un legame verso un comune avversario.  Siamo nell’area immediatamente contigua al medio oriente, zona calda per definizione, il nuovo asse tra Israele e  Grecia (che ha riconosciuto Israele solo dal 1991)  rappresenta una novità nel panorama delle relazioni internazionali, sopratutto per il tradizionale rapporto di fiducia che lega Atene ai paesi arabi, i quali hanno già mosso le loro diplomazie per capire cosa sta succedendo.  D’altra parte il momento economico molto difficile della Grecia non permette di trascurare ogni strada possibile che permetta nuove opportunità, in questa ottica l’alleanza con Israele può aprire nuove ed ulteriori prospettive economiche con un nuovo partner. Israele, dal canto suo, guadagna un nuovo alleato alla sua causa e visibilità positiva in campo internazionale grazie, appunto, ad un nuovo accordo diplomatico di amicizia che rompe un isolamento relativo costituito da rapporti internazionali consolidati con sempre gli stessi partner. La Turchia per ora nono commenta questa nuova alleanza che sembra rivolta contro di lei.